“Noi” di Laura Grandinetti – Workshop 2015/2016

NOI.

Lei.

Era lei quella mattina a fare quel rumore assordante. Quella cavolo di spremuta. Dopo vent’anni ancora non ha capito che quella cosa arancione acida piena di grumoli mi fa vomitare. Soprattutto presa a colazione.

“la vitamina C è importante…non ti farà ammalare…gira l’influenza questo periodo..” sempre le solite frasi, le solite storie sul nuovo supereroe del XXI Secolo.. erano i bei tempi di SpiderMan o SuperMan..ora c’è solo una cosa a salvarti: la vitamina C.

…Secondo mia madre.

“Ciao, io esco!”

“Dove vai? C’è la spre..”

Ho vent’anni, non studio, non lavoro, non ho un fidanzato e pochi amici e per di più mi chiamo Margherita Raburini: una catena di R fastidiose simili al suono di un vecchio computer che si surriscalda vengono emesse quando si pronuncia il mio cacofonico nome.

Ho trovato un lavoretto part time come cameriera ad un bar in periferia. In pratica i miei clienti sono: il vecchio barbone Gianni, la figlia obesa del mio capo, la moglie ancora più obesa del mio capo e qualche sfortunato turista che capita lì per caso a cui facciamo pagare qualsiasi cosa, il doppio. Marketing: si frega sempre il prossimo che non è in condizione di capire. Così dice il mio capo.

Ho vent’anni e non so che svolta prenderà la mia vita. C’è chi dice che la vita scorre quando non te la aspetti, altri che dicono che ti devi muovere e far succedere qualcosa, altri ti dicono di aspettare, altri di informarti e partire, andare all’estero, studiare, lavorare, rilassarsi e altri ancora e ancora… cose che si dicono. Filosofie che una persona finge di adottare per giustificare qualsiasi comportamento della loro vita. Alla gente piace crearsi verità.

Io invece ho vent’anni e non so quale cazzo di svolta prenderà la mia vita.

Lei.

Sempre all’altezza delle sue aspettative. Ecco cosa vorrebbe. Brava, bella, intelligente, più degli altri, più di lei. Mi sono ribellata inconsciamente al suo amore. Una ribellione inerte, la mia. L’ho delusa sempre. Bocciata a scuola, qualche canna di troppo, senza lavoro… la figlia che lei non avrebbe mai voluto avere.

La cosa che mi fa più incazzare è che lei non me lo dice. Continua a fingere di amarmi. Mi dovrebbe odiare e non lo fa. L’immagine supera sempre la sostanza, per lei.

Mio padre non c’è. Non c’è mai stato.  Lei non me ne ha mai parlato. Non ho mai sofferto o sentito la mancanza di una figura paterna, mai traumi, mai nulla, anche in questo l’ho delusa. Pensava che la droga, la bocciatura e le altre sventure che le causavo fossero dovute al trauma infantile di non aver avuto un padre. La motivazione è più banale: non l’ho mai avuto, non l’ho mai conosciuto e non me ne è mai fregato un cazzo, sinceramente.

Mi ha sempre coperto di doni e di qualsiasi aggeggio inimmaginabile, come se dovesse nascondere le sue colpe inconoscibili. Misteriose. Lei non deve avere colpe, ai miei occhi, agli occhi della gente. La perfezione. Lei.

“ Come è andata al lavoro?”

“Bene”

“ Ho sentito Carla e mi ha detto che si è liberato un posto come consegna posta al suo ufficio. Le ho detto che si saresti andata a parlare. Un ottimo posto in un ufficio legale importante”

“Ok”

“Sempre molto logorroica tu..”

“Ho finito. Vado in camera. Buona notte!”

Ogni volta che ho una discussione con lei, mi ricopre il senso di colpa. Il senso di colpa di non parlarle. Di non dire assolutamente nulla. Di essere una stronza. In fisica c’è una legge che dice che ad ogni azione corrisponde una reazione. Con lei non vale. La mia stronzaggine non comporta nulla in lei. Mi dovrebbe urlare contro. Dovrebbe dire di odiarmi. Cazzo odiami. Sono detestabile. Odiami! Sono la figlia imperfetta per eccellenza. Dimmelo che mi vorresti abortire ora! Dimmelo! Odiami, cazzo!

11marzo : solito bar. Solità inutilità. Solite scelte che non si presentano. Solita giornata. Solita me. Tutto nella normalità.

Ma non lei.

Quel giorno lei preparò la cena, senza parlare. Strano. Si comportava come se fossi io. E io mi comportavo sempre da me. Non parlava. Niente vitamina C, eroe dell’universo. Niente Carla. Niente lavoro. Niente di niente. Era questa la reazione che avrei voluto da mia madre? Mi stava facendo capire il suo odio così, con il silenzio? No, c’era qualcosa di più. Qualcosa in cui io non c’entravo un cazzo. Era qualcosa dentro lei. Il silenzio era rivolto a lei. Non era lei.

“Io ho finito, vado in camera!”

“Ok”

Attimi.

Non riuscivo a prendere sonno. La pensavo. Pensavo a quel suo silenzio anormale, per lei. Non mi piaceva vederla così. Non l’avevo mai vista così, ecco perché non mi piaceva. La mia routine non poteva cambiare. Doveva esserci lei con la solita vitamina C, con i soliti discorsi, con la solita perfezione. E il silenzio non è perfezione. È turbamento.

Apro la porta della cucina. Lei era seduta a fissare il vuoto, con la tazza di tè in mano. Aveva gli occhi ludici. Si accorse di me ma non mi guardò. Provai sensazioni strane, tutte insieme: nodo alla gola, strappi allo stomaco, tremore e paralisi neurologica. Lei stava piangendo. Lei soffriva. Lei era umana.

Presi i biscotti e mi sedetti accanto a lei.

Era il momento di parlare? Che cosa dovevo dirle. Era lei quella forte, non io. Io ero quella incazzata, stronza, nullafacente. Non possono cambiare le cose, così, senza preavviso. Ognuno nasce con il copione nella vita e bisogna rispettarlo. In quel momento il dolore e i sensi di colpa mi avevano inglobato. Non sapevo che fare. Ho vent’anni e non so come si aiuta una persona. Come posso aiutare mia madre.

Era mia madre. Lei era mia madre e aveva bisogno di qualcuno. Aveva bisogno di me.

“Ho i biscotti al cioccolato. Sai sono meglio della Vitamina C”

Mi guardò. I suoi occhi lucidi nei miei. Mi chiese aiuto, io le chiesi scusa. Solo con gli occhi. Non so se siano davvero lo specchio dell’anima come si dice, ma i nostri in quel momento entrarono in relazione e comunicarono. Forse sono il sostituto della parola, quando la parola è bloccata.

Prese un biscotto.

“Sai ho parlato con Carla. Mi ha detto se domani vai in ufficio!”

“Ok. Ci passo  dopo lavoro!”

Ho trentacinque anni e non so che svolta dare alla mia vita.

Marco non era contento all’inizio. Troppo giovani, con lavori precari. “Non abbiamo i soldi per creare una famiglia. Un figlio non è cicciobello” diceva.

Ha ragione. Ma la scelta è stata un’altra. Tra due settimane nascerà la bambina, senza nome ancora. L’indecisione mi perseguita. Non so nemmeno che nome dare a lei, mia figlia.

Continuiamo a lavorare. Io da Carla. Ora sono al reparto telefoni: mi occupo di ricevere chiamate e prendere appunti. E marco al ristorante dello zio. Fa il cameriere. Siamo in affitto. Ma con l’aiuto della famiglia di Marco ce la faremo. “Ce la faremo”, ora dice. Mi solleva avere qualcuno che prende le scelte al posto mio. Una volta vidi un film con mia madre. Nel discorso finale si diceva che le persone più interessanti sono quelle che a 40 anni non sanno ancora cosa fare. Io non so se sia davvero così. Mi solleverebbe sapere che qualcuno possa trovarmi interessante, o almeno il regista di quel film. Marco mi trova interessante, credo. Vorrei che anche lei, mia figlia possa un giorno provare lo stesso sentimento nei miei confronti. Vorrei però che fosse migliore di me. Ora so cosa provava mia madre. Un amore infinito. Un amore che ti porta a desiderare che tua figlia faccia tutto il contrario di quello che hai fatto tu. Lei voleva che io fossi migliore, che fossi felice, che fossi decisa e io lo voglio per mia figlia.

Il mare.

Mia madre mi portava sempre lì da bambina e mi diceva di guardare l’orizzonte. “ Sai a cosa serve?” diceva “a camminare. Tu lo devi guardare e iniziare a camminare. Non lo raggiungerai, ci sarà sempre un orizzonte ancora più lontano, ma almeno ti sarai mossa!”

L’ultima volta che mi ci portò fu qualche anno fa, prima che lei se ne andasse.

“Mamma. Mi dispiace di non aver guardato mai l’orizzonte. Mi dispiace di essere rimasta sempre a riva!”

Non dimenticherò mai il suo amore.

“Non è vero, Marghe. Nel mondo ci sono due persone: quelle che quando vedono un muro lo vogliono a tutti costi scavalcare, per andare oltre. E quelle che, vedendolo, ci si appoggiano. Capiscono che il muro è anche un sostegno e non hanno bisogno di sforzarsi, correre e sudare per scavalcarlo. Sono contente di appoggiarcisi. e guardare indietro. Non esiste solo il futuro, esiste anche la strada indietro. Quella che hai percorso e il muro ti fa riposare”.

Ho trentacinque anni e so che svolta deve prendere la mia vita.

Si chiamerà Lucia, come mia madre.

 

 

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