“Storytelling. 3 Generazioni” di Federico Ursitti – Corso 2016/2017

Nonna – Storytelling pedagogico

“Buongiorno, mi presento. Sono Nonna Maria e sono una ex-maestra in pensione. E in quanto tale mi sento la più titolata tra noi tre nel raccontarvi una storia che inizia così: c’era una volta una maestra di provincia. Sì. La maestra in questione sono io e voglio concedermi il vezzo ed essere la protagonista della mia favola. D’altronde ci ho fondato una carriera sulle storie, sarò libera, no? Comunque dicevo.. le sue colleghe pensavano fosse un po’ matta perché faceva una cosa che nessuno aveva mai visto in una classe. Sì, sì: spiegava sempre l’alfabeto e i numeri, assegnava i lavoretti e i cartelloni, ma aveva un modo di insegnare che per quegli anni era visto come il fumo negli occhi. Era il 1978 e lei raccontava le storie.

La maestra pensava che tra le applicazioni più importanti dello storytelling ci fosse la pedagogia e il ricorso alle storie per favorire la comprensione e l’apprendimento dei bambini. Proprio per questo per lei per rendere semplice un concetto ricorreva ad una storia o a dei personaggi. La metodologia dello storytelling infatti consisteva – e consiste tuttora – nell’uso di procedure narrative al fine di promuovere meglio valori, idee ed è incentrato sulle dinamiche di influenzamento sociale. La narrazione ha un potenziale pedagogico e didattico, dalla quale reputavo possibile trarre peculiarità educative e formative che contribuissero in maniera notevole all’alfabetizzazione. Il “raccontare” in forma narrativa strutturata mi permise di creare le basi dell’alfabetizzazione, ovvero una prima costruzione di significati condivisi tra adulto e bambino. Fu importante usare tale metodologia sin dalla prima scolarizzazione utilizzando i tipi di testualità adeguati al grado di alfabetizzazione dei bimbi.
 I vantaggi furono molteplici: lo storytelling aveva un carattere affascinante, coinvolgente e gratificante. Inoltre utilizzare le immagini mi permise un accesso più semplice a concetti astratti e complessi, facilitò la memorizzazione dei miei bambini da un punto di vista cognitivo, favorì la conoscenza connettiva e la creatività combinatoria: una storia genera altre storie, favorisce lo scambio collaborativo delle conoscenze, il confronto, lo spirito critico e la ricerca di nuove interpretazioni e punti di vista su un tema.

Recentemente sono tornata nella mia vecchia scuola e ho visto che qualcosa di me ancora è rimasto: al linguaggio analogico e verbale si è unito unisce quello digitale: infografiche, illustrazioni, video.. il potere metaforico è esaltato all’ennesima potenza.
 Lo storytelling è vivo e lotta insieme a noi. E vissero tutti felici e contenti “.

Papà – Storytelling cinematografico

Piacere, io sono il babbo! Mentre mio figlio lavora nella comunicazione e mia mamma lavorava a scuola, io lavoro al cinema. Ma non in biglietteria o ai popcorn, proprio dentro il cinema. Dentro lo schermo! Io sono il cinema, e in particolare il cinema americano! Grazie a me vi siete emozionati, innamorati, indignati. Sono quella particolare disciplina che rende tutte le storie a stelle e strisce così riconoscibili e di successo. Quali sono i tratti tipici dell’american storytelling? Innanzitutto, alla base delle storie hollywoodiane metto sempre una forte ‘tensione drammatica’. La posta in gioco è sempre alta; non è un semplice obiettivo tattico, ma la realizzazione piena: la salvezza di sé, del proprio mondo o del mondo intero. Ed è una posta universale, il cui valore è comprensibile e condivisibile da tutti, senza distinzione di clas se e cultura. Nella conquista della posta, poi, l’azione ha un ruolo di assoluto primo piano edè immancabilmente intrapresa sotto pressione. Altro elemento chiave: tra i personaggi vi è una dialettica viva e profonda. Il nocciolo drammaturgico della narrazione hollywoodiana è il conflitto tra il personaggio centrale e l’Altro. E conferisco al tutto una grande intensità: le mie passioni sono forti, le motivazioni pronunciate, le azioni spettacolari e decisive, comunque vada. Poi condisco la tensione drammatica con un’evidente ‘tensione morale’: al centro dei giochi vi piazzo sempre una forte dialettica bene/male, ingenua magari, ma molto chiara ed efficace. Riguardo poi ai plot, e cioè ai modi in cui organizzo e conduco il racconto, le mie storie (da quelle memorabili a quelle più dozzinali) manifestano sempre una straordinaria capacità di intrecciare/tessere i fili della trama. Nulla di ciò che mostro è senza significato, e se anche in un primo momento non è chiaro, lo diverrà in seguito. Nulla di ciò che è taciuto è importante. Metto grande cura nell’alternare domande e risposte, aspettative e risoluzioni, tensione e distensione; e vi controllo attraverso una scrupolosa ‘semina’ di informazioni, indizi, elementi chiarificatori, che poi sono ‘raccolti’ al momento giusto. In tutto questo, l’azione guida e orienta il racconto, senza che i personaggi si debbano troppo spiegare. Ma la mia cosa preferita è l’idea che la struttura narrativa classica hollywoodiana si fondi, più che sul canonico conflitto tra protagonista e antagonista, sul confronto tra ‘official hero’ e ‘outlaw hero’. L’official hero normalmente lo ritraggo come un family man, maturo ed equilibrato, rappresentante delle istituzioni, integrato nella communitas, di cui sposa i valori di fondo: il rispetto delle regole, il primato dell’interesse comune, il desiderio di radicamento e di condivisione, l’idea di nazione. Per l’outlaw hero, invece, mi piace che incarni i valori individualistici, anticonformistici e libertari. Può essere davvero un fuorilegge (purché alla fine si redima, s’intende), o può essere un ex-fuorilegge che diventa collaboratore delle istituzioni, o ancora un ‘irregolare’, con vizi e problemi che non ne consentono una piena integrazione. In ogni caso, gli cucio addosso un ruolo di outsider, affinché manifesti riluttanza ad integrarsi nella comunità, grande indipendenza di giudizio e poca disponibilità a indulgere all’amore, tutte caratteristiche che lo ricollegano immediatamente all’eroe della tradizione letteraria americana.

Figlio – Corporate Storytelling

Mi presento, sono Story Telling e faccio lo stagista in un’agenzia di comunicazione. Una di quelle agenzie in un edificio di coworking in un loft arredato minimal post-industriale, dove si beve caffè bio a km zero che sa di cicoria, l’imballaggio degli snack – rigorosamente senza olio di palma – è 80% compostabile. La mia azienda è gay-friendly, eco compatibile, green, eco, healthy, e anche un po’ vegan. Due palle. Ma tanto vale arrendervi perché ovunque andrete sarà sempre così, ormai.

Sono l’ultimo arrivato in azienda. A farmi il colloquio un ventiduenne senza nemmeno la laurea che però ‘Ha lasciato tutto e girato il mondo con uno zaino’ come consigliato da un blogger dell’Huffington Post. Mi scrutava, con la sua pipa elettronica, la camicia di flanella a quadri, occhiali tartarugati nemmeno graduati e pantaloni coi risvoltini dai quali usciva una disgustosa caviglia pelosa.

Durante il colloquio mi ricordava di come non voglia nemmeno più sentir parlare delle persone che mi hanno preceduto in azienda. La dottoressa Affissione Cartacea, il professor Spot Radiofonico, l’ingegnere Reclame Televisiva, e il compianto signor Volantino Promozionale, ormai deceduto da anni. Cose preistoriche, secondo lui.

Come dicevo sono molto stanco. Vi racconto la mia giornata.

Ore 9.00 Mi chiamano quelli della birra, quelli della birra danese dai, quella con la bottiglia marrone che.. C’È. Mi dice che gli serve qualcosa per commentare la gaffe del neo sindaco, il look appariscente di questo o quel politico, il Festival di Sanremo, il caso del vestito che ‘ha fatto impazzire il web’ perché non si capisce di che colore sia. Allora inoltro la domanda a quelle creature mitologiche che rispondono al nome di grafici. Mi rispondo ‘Ah StoyTè, ma che ma che c’entra co’ la bira?” (rigorosamente con una R). Gli rispondo che sono dei gretti e ignoranti e che ormai la brand identity di un’azienda passa dal raccontare un’immagine di sé simpatica e sbarazzina. Mi guardano male, ma eseguono, perché i grafici sono molto permalosi, ma sono anche molto servizievoli.

Ore 12.00 mentre stavo twittando cose a casaccio solamente per stare sul pezzo mi chiamano da un’azienda di pasta molto importante. È successo un casino, il proprietario ha detto una cosa invereconda sulle famiglie gay e ora sulle pagine social è un mare di me.. meschini attacchi all’integrità del brand. C’è chi parla di boicottaggio, chi di dare fuoco all’azienda, chi di buttare la pasta nel secchio. Dico al team social di stare calmo, ma i ragazzi sono impazziti. C’è chi prova a soffocarsi con un piatto di fusilli, chi si strozza con un bucatino come Isadora Duncan con il foulard, chi si taglia le vene col lato zigrinato delle farfalle.

Lì ho l’illuminazione: mica so’ il dottor Crisis Management, io so’ Telling, Story Telling!

Allora approfitto della caciara per attaccare il telefono e fare un gruppo di WhatsApp con altre tre aziende di pasta, amici miei con cui sono andato all’Università, e gli do’ l’idea delle idee: ballate sulla carcassa ancora calda della concorrenza con una bella foto sull’amore universale da caricare sui profilo social.

‘Tony Bui, per te una bella foto di una tavola con scritto ‘Siamo aperti a tutte le famiglie, pure quelle dei froci’’ ‘ ‘Voy Ello, tu mi fai due rigatoni che fanno petting spinto’ ‘Snella Vita per te invece due pacchetti di crackers integrali lesbiche che vanno al Gay Pride’ Sono confusi ma accettano. Compiaciuto di me stesso riconosco che anche oggi lo storytelling è salvo.0 Chiamo i grafici, ma è in corso un focolare di ammutinamento: gli dico che se non eseguono posso sempre chiedere a mio cugggino che me le fa gratis. Per irritargli rincaro la dose ‘co’ photoshop ci vogliono due minuti dai’. Col sangue negli occhi accettano.

Ore 15 Mentre il paese è paralizzato attorno alla pasta – che poi i gay i carboidrati manco li mangiano, sai che je frega di boicottare Barilla – accendo la radio per distrarmi un po’. Capito su un notiziario e c’è il nuovo Premier che parla, quello giovane. “La prima misura economica da adottare? Cambiare lo storytelling dell’Italia” Che? Eh no ciccio, qui non si cambia niente, si fa come dico io, eh. Lo chiamo per mettere subito in chiaro le cose. Mi risponde che vuole posizionarsi come politico pragmatico; spregiudicato comunicatore pop; boy scout militante, icona generazionale, product manager, strategic planner, online content curator. Non capisco l’ultimo, gli rispondo ‘EH?’ e lui ‘CIUPPA!’. Simpatico il Premier! Decido di collaborare: gli spiego che lo storytelling politico è la nuova frontiera della comunicazione, un complesso sistema di pubblicazioni, notizie, modi di comunicarle, stili innovativi, segnali mediatici, ripetizioni ossessive perché il concetto entri anche nelle teste più dure, nuovi approcci, citazioni. Dice che ha capito. Vedremo.

Alle 17.50 inizio a raccogliere i miei effetti personali, tra dieci minuti scappo. Mi chiama Tampax.

Dice che dopo la campagna sulle donne paracadutiste che si lanciano anche in quei giorni hanno bisogno di qualcosa che racconti il mondo degli assorbenti interni con un taglio simpatico ma delicato, non invasivo ma pop, pungente ma soffice, martellante senza dare fastidio. Gli dico che hanno sbagliato numero e che siamo una ferramenta. So’ lo Storytelling, mica Padre Pio!

 

FEDERICO URSITTI

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