“Estasi” di Matteo Fioretti – Workshop 2015/2016

Freddo.

Una superficie gelida premeva sulla sua guancia.

Socchiuse gli occhi, cercando di mettere a fuoco la realtà che la circondava. La prospettiva era strana, il mondo non era come sarebbe dovuto essere.

Chiuse gli occhi, premendo le palpebre con forza.

Li riaprì.

Un istante di confusione, le pupille si stavano adattando alla luce abbagliante che la avvolgeva, poi le cose ripresero forma.

Era a terra, sdraiata, non capiva perché.

Il pavimento di granito chiaro, ruvido, le graffiava appena il viso. Le faceva male.

Volse lo sguardo sopra di lei. Una nuvola si stagliava contro il cielo azzurro, di un nitore abbagliante nella luce di una splendida giornata di luglio.

Due sagome imponenti limitavano la sua visuale, si protendevano verso l’alto, meravigliosamente esili ma al tempo stesso solide, piene, perfettamente geometriche nella loro forma ma leggermente sghembe nella loro reciproca disposizione.

Il potente bagliore solare mostrava in tutto il suo splendore il loro colore profondo, rosso, come il sangue, ma non uniforme, steso in maniera irregolare, materico.

Li riconobbe, erano due enormi muri. Di cemento, senza dubbio. La sua gamba destra era appoggiata su uno di essi e poteva riconoscere distintamente la durezza e la ruvidità del materiale.

Dove si trovava?

Chiuse di nuovo gli occhi, premendo le palpebre ancora più forte, cercando di ricordare come mai era sdraiata a terra, perché non riconosceva lo spazio geometrico in cui si trovava, come vi era arrivata.

Nero, profondo.

Strinse ancora più forte, piccoli lampi di luce balenarono nelle profondità della sua mente.

Non ricordava.

Li riaprì.

La luce era abbagliante, voleva sapere dov’era, esplorare l’ambiente intorno a lei.

Provò ad alzarsi, puntellando le mani sul pavimento,  ma le forze l’avevano abbandonata. Era ferma lì, in uno scenario apparentemente lunare eppure tremendamente familiare.

Fissò con attenzione le sagome che si stagliavano contro l’azzurro del cielo.

Altre nuvole si avvicendavano tra loro contro il cielo splendente.

Un lampo, nella sua mente.

Un’immagine, netta.

Era lei stessa, seduta ad un tavolo, stava disegnando, ma non era un disegno qualsiasi, non era una figura umana, ne tantomeno un paesaggio naturale, ne tantomeno un animale.

Era una forma, apparentemente senza senso. Un bozzetto fatto a mano, a carboncino, sull’onda di un’ispirazione profonda, coinvolgente, entusiasmante.

Si concentrò sull’immagine, ancora impressa nella sua mente.

Disegnava, si trovava in un ambiente ampio, luminoso, una grande finestra davanti al tavolo a cui sedeva, gli alberi fuori si muovevano placidamente.

Un altro lampo.

Pareti ricoperte di foto, lei che le osservava, le scrutava.

Una serie di lampi. Il Guggenheim di Bilbao, quello di New York, Frank Lloyd Wright, la casa sulla cascata, Mies van der Rohe, ville Savoy, Le Corbusier, casa Battló, la Pedrera, le unità d’abitazione, Libeskind, il decostruttivismo, il cemento, il brutalismo.

Il brutalismo.

Era il suo stile architettonico preferito. Masse di cemento a vista strategicamente posizionate nell’evidenziare la robustezza e il vigore delle strutture, con l’unico obiettivo di mostrare con la massima plasticità la vera essenza di alcune delle più originali e controverse architetture del Novecento.

Il filo dei ricordi iniziava a dipanarsi nella sua mente.

Si concentrò.

Un applauso, forte, scrosciante.

Era sul palco, la sala era piena, la platea entusiasta. Aveva appena terminato di esporre la sua idea, il suo progetto, a quel pubblico di esperti e di accademici che nei mesi precedenti aveva profondamente temuto ma che al tempo stesso desiderava stupire, meravigliare con qualcosa che sarebbe entrato nella storia. Desiderava ardentemente ottenere il massimo riconoscimento per i suoi sforzi, per il suo impegno e il suo lavoro e in quel momento, quando la sala era esplosa quell’applauso scrosciava con forza inaudita nelle sue orecchie, cancellava la tensione che la pervadeva e la ripagava profondamente per ciò che era stata in grado di realizzare.

Il vincitore del concorso sarebbe stato annunciato di li a poco, non ne aveva la certezza, ma nutriva in sé la fiducia che sarebbe stata lei a vedere realizzato il suo progetto.

La cerimonia di premiazione avvenne in maniera concitata. Nei suoi ricordi, almeno. I concorrenti venivano annunciati uno per uno, l’attesa, la suspense, la fiducia instillata in lei dall’applauso e la paura tremenda che le sue aspettative potessero essere tradite. Poi l’annuncio.

Era lei.

Aveva vinto.

La commissione giudicante aveva scelto lei, il suo progetto. La sua idea sarebbe diventata realtà, sarebbe stata realizzata nel corso dell’anno successivo. Il progetto per il nuovo auditorium avrebbe portato la sua firma, la firma di una giovane progettista emergente che nella vita non aveva ancora realizzato nulla ma che con il suo stile aveva intenzione di lasciare per sempre un segno nell’architettura contemporanea. Quello era il suo blocco di partenza, il primo passo di una carriera che sperava potesse portare enormi successi, e non poteva aspirare a nulla di meglio. Era felicissima e i ricordi di quel momento si facevano improvvisamente confusi nella sua mente, sfumati, ma meravigliosi.

Il ricordo svaniva e riprendeva forma nella sua mente.

Aveva passato i successivi due anni a stretto contatto con i responsabili del cantiere. Voleva che tutto fosse esattamente come l’aveva immaginato, come la sua visionaria fantasia l’aveva concepito e trasmesso prima su carta, sui bozzetti, poi sui disegni esecutivi e infine nella realtà, plasmando quel materiale apparentemente massiccio e inamovibile che è il cemento al fine di realizzare la sua massima volontà artistica. Le forme, i colori, le superfici, gli spazi, i punti di vista che l’auditorium doveva offrire avevano nella sua mente l’unico scopo di suscitare emozioni, trasportare l’immaginazione, offrire spunti di riflessione. Doveva essere qualcosa di più di un semplice manufatto edilizio, doveva avere un significato intrinsecamente metafisico, qualcosa che andava oltre lo spazio e il tempo percepibili.

E così era.

Quella domenica il cantiere era chiuso, ma lei aveva le chiavi ed era autorizzata ad accedere. I lavori erano terminati sia negli spazi esterni che in quelli interni e l’inaugurazione ufficiale sarebbe avvenuta dopo poche settimane, giusto il tempo di smobilitare le strutture degli operai e tutto il mondo avrebbe potuto percepire le stesse sensazioni che lei stessa aveva provato nell’immaginarlo.

Si trovava nella piazza esterna, le lastre di granito chiaro, sabbiate, rilucevano sotto la potente luce del sole. Volse lo sguardo intorno a sé. Le vasche per le fontane erano già state riempite, la leggera brezza increspava appena la superficie, creando mutevoli effetti di luce. La facciata si stagliava con forza contro il candore del pavimento, due muri alti, compatti, materici, di cemento tinteggiato non uniformemente di un intenso colore rosso. Il contrasto era netto, potente, energetico. Percepiva la forza che i cromatismi trasmettevano.

Si tolse le scarpe, voleva percepire appieno l’energia che proveniva da quel luogo. Sentiva la ruvidità della pietra sotto i suoi piedi.

Fece alcuni passi, chiudendo gli occhi e apprezzando l’aria appena rinfrescata dall’acqua delle fontane. Si diresse verso la facciata principale. La prospettiva cambiava ad ogni passo, regalandole nuove sensazioni. Sentiva una profonda soddisfazione dentro di lei, ogni punto di vista, ogni scorcio le trasmetteva esattamente le stesse sensazioni che aveva provato nell’ideare quegli spazi, quelle strutture. Seguiva il profilo della facciata, sfiorando la parete con la punta delle dita. La superficie era irregolare, asciutta, le asperità si susseguivano una dopo l’altra. Raggiunse il punto in cui le due pareti, sghembe, si sovrapponevano. Erano imponenti, spesse, rigide eppure esili nel loro slanciarsi con forza verso l’alto.

Si fermo un momento ad ammirarle.

Chiuse gli occhi.

La sua visione era diventata finalmente realtà.

Volse lo sguardo verso l’alto, verso il cielo.

Le forze le mancarono.

 

Estasi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...