“Bonfire Heart” di Federica Fioravanti – Workshop 2015/2016

L e F.

Ricontrollare ossessivamente, quasi, la posizione delle cuffiette prima di metterle era un vizio.

Portone chiuso, play.

Da quando quella canzone era uscita Alex non smetteva di ascoltarla, soprattutto la mattina, quando aveva 10 minuti di camminata, per pensare a ciò che voleva, prima di arrivare in università.

“Days like these lead to, nights like this leads to, love like ours you light the spark in my bonfire heart..” . Non aveva ancora fatto i conti con l’inglese che quella canzone, già solo ad ascoltarla, le rievocava qualcosa, qualcuno, automaticamente e quindi come una droga: repeat. Bonfire heart. Già, quella fiamma che non si spegne mai neppure affogandola. Quell’incendio nel cuore che brucia, anche dopo averlo spento, che riaffiora piccolo piccolo, ma con ardore, dalla cenere.

<< Buongiorno signorina, scusi, il tesserino >>

Fece per tornare indietro e si tolse le cuffiette.

<< Scusi lei, ero distratta, eccolo qui >>

<< Perfetto! Grazie mille e buona giornata >>

<< A lei. >>

Ripose tutto in borsa, in un gesto disordinato e prima di entrare in aula lo fece. Prese di nuovo il telefono, si guardò intorno come a controllare che non ci fosse nessuno pronto a dirle che stava sbagliando, come a controllare che non ci fossero testimoni e le scrisse:“ Tutte le mattine per andare in università ascolto Bonfire heart  e ti penso. Tutte le mattine, ascoltando quella canzone vorrei scriverti un milione di cose, sapere della tua vita nuova in America, ascoltare i tuoi racconti, le tue esperienze, le tue malinconie, le tue soddisfazioni e i tuoi progetti. Ma ogni volta ti penso solo. Penso a quanto ci siamo persi, a quanto ci siamo dati e tolti. Penso a quanto io ti ammiri per ogni cosa che hai voluto e ottenuto senza sbagliare mai e ti stimo, come ho sempre fatto. Ti scrivo perché volevo semplicemente dirti che, nonostante non ci sentiamo da mesi, c’è un pensiero che parla di te in me sempre e che quella canzone mi lega a te con così naturalezza che sembra scritta da noi. È una finestra sulla nostra vita e ascoltarla è come averti qui per 3 minuti e 40 secondi. Ti ho scritto perché domani mattina quando sentirò quella canzone ti penserò ma con un sorriso in più, sapendo che dall’altra parte del mondo, quando anche tu l’ascoterai penserai a quanto io sia sempre la tua solita mascherina. Buonanotte, Alex.”

Fece un bel respiro, una mano sulla maniglia della porta. Invia.

Entrare in quell’aula, adesso, sembrava la cosa più anormale del mondo. Paradossale tornare alla realtà, prendere posto e ascoltare attivamente la lezione mentre dentro una nube scintillante si animava come il fungo di una bomba atomica.

Che infondo quella era scoppiata!

<< Ciao Alex, sono James…>>

<< Jim, sono le 3 di notte, che succede?>>

<< Si lo so, ma sto facendo una cazzata forse e..beh sei il mio migliore amico no? Domani ho un esame e invece sto prendendo un aereo, per Roma. Devo vederla. Coprimi con Annie. Ti porto un souvenir…  >>

<< Che cos..??  Figlio di putt.. ha riagganciato! Al diavolo James..>>

James lascio cadere il telefono in tasca quasi come fosse una liberazione e mentre prendeva posto sul volo 714 New York- Roma, gli arrivò il messaggio, da Alex. Non il suo migliore amico, che l’aveva appena insultato. Da lei, da quella che non riusciva a smettere di pensare da giorni o, forse, da mai. Dalla ragazza che pur non sapendo della sua follia non aveva resistito a farne un’altra, seppur più piccola, scrivendogli.

“Qualunque dispositivo acceso venga spento ora, stiamo per partire, signori”.

<< Chiunque sia, può attendere. Leggerò all’arrivo >>

Intanto a Roma  il cielo andava ad imbrunire e anche Alex. Una giornata completamente paralizzante, una giornata che esplosa come una bomba terminava dentro una bolla.

<< Non imparerò mai. >>

E proprio mentre stava chiudendo il messaggio, che aveva riaperto per la milionesima volta, una risposta disarmante – “ E pensare che non ti pensavo da tanto. E pensare che qualche notte fa ti ho sognata. E pensare che, da quella notte in poi, non mi esci dalla testa. E pensare che ho sperato che tu te ne accorgessi, come per magia. E pensare che te ne sei accorta. E pensare che, anche dall’altra parte del mondo, non esiste una sola giornata di sole invernale, di quei soli che non scaldano né la pelle né tanto meno l’anima, che il mio cuore non si infiammi al tuo ricordo. E pensare che ancora non ho dimenticato il tuo profumo. E pensare che nemmeno sapevo esistesse quella canzone prima di ora. E pensare che riesci ancora, come sempre, a stupirmi. E pensare che siamo gli stessi, non siamo cambiati di una virgola, ancora vicini, anche se ogni volta più distanti. E pensare che fremevo per scriverti, ma non ne trovavo il coraggio. E pensare che, stavolta, sei stata tu a battermi sul tempo, sei stata quella più coraggiosa, anche se solo di qualche ora. Dove sei?”

Il cuore tornava a battere così forte che Alex pensava di bruciare e di spaccarlo per la forza dell’impatto. Anche solo di qualche ora? Dove sei?. Non poteva voler dire quello che sperava ardentemente e insieme con paura. Non poteva essere lì, ora. Non era umanamente possibile la telepatia ma il destino, quello, forse sì.

<< Sto scendendo giù, al mare..ne ho bisogno. Tu? >>

Passò un’altra ora e arrivata al suo rifugio segreto, prima di sedersi e beneficiare della quiete che solo quel posto sapeva regalarle Alex spense il telefono. Perché va sempre così, alla fine.

Dall’angolo della strada poco distante da lei una voce familiare ruppe il silenzio. Quella voce che avrebbe riconosciuto anche da sorda :

<< E pensare che sono qui nonostante domani abbia un esame, nonostante abbia tutta la mia vita domani, in un luogo che non è casa e non è Te. E pensare che ho comprato il volo due giorni fa e ho letto il tuo messaggio solo dopo essere atterrato. >>

Si avvicinava con la sua solita camminata veloce, pronta, sicura. Con il suo solito sorriso deciso e gli occhi che ti squarciano dentro.

<< E pensare a quante cose ci siamo detti quella sera, di ormai 4 anni fa, e a quante ce ne siamo dette dopo, e a quante non ci siamo detti perché non ce n’era bisogno. E pensare che ti avevo detto addio. E pensare che ti avevo chiesto, se fossi andata lontano, che non fosse troppo fuori mano o di trovare un posto irraggiungibile; alla fine me ne sono andato io, prima non troppo fuori mano, poi in un posto irraggiungibile, e non è servito a nulla. E pensare che sono rimasto a guardarti per veramente tanto tempo, cercando una strada per farti mia, e..>>

Era arrivato. Ad un centrimetro dai suoi occhi, labbra contro labbra. I loro ricci si intrecciavano così perfettamente e il tramonto, appena iniziato, donava un colore così omogeneo che sembravano un’unica entità, un’unica fiamma, vorticosa.

Alex lo guardò, piegò leggermente il collo e pose la sua mano sulla sua bocca. Lo zittì così, perché tutto ciò di cui avevano bisogno ora era il silenzio. Ciò che parlava ora era il loro respiro, i loro cuori che all’unisono battevano così forte da generare calore. Come una grande fiamma, silenziosa e ardente.

Alex chiuse gli occhi e lo strinse forte a sé, senza avere il coraggio di togliere la mano dalle sue labbra.

James chiuse gli occhi, respirò a fondo, cercando di rapire tutto il suo profumo da quell’angolo di collo per portarlo via con se, sempre e ovunque.

Non ebbero il coraggio di staccarsi, non ebbero la forza di spegnersi.

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