“Anatomia di un corpo nelle varie ore del giorno” di Federica Patanè – Workshop 2016/2017

Era un ragazzo organizzato. Abituato a dare un senso ad ogni ora della giornata. Nemmeno un minuto doveva essere sprecato. E aveva l’abitudine di controllare la vita degli altri, allo stesso modo in cui controllava la propria.

Lei era il suo esatto contrario. Distratta, ipercinetica, ma quel tipo di ipercinetica che di colpo si stanca e si trascina con ebete fascinazione per tutte quelle cose che i più considerano banali, come i bambini. Era matta da legare, per certi versi, non i suoi.

Eppure fingeva. Fingeva per lui una normalità che non le apparteneva.

E lui era per lei come le sagome al poligono, che fanno male solo quando diventano uomini veri.

Il suo corpo cambiava di ora in ora.

Lui la osservava, e ogni volta gli sembrava diversa.

Alle sette di mattina era una bambina.

Allora la lasciava dormire, come si fa con i bambini. Lasciava il letto in punta di piedi, nella luce cerulea della stanza, prendeva delicatamente le chiavi tra pollice ed indice, le sollevava, e il tintinnio che producevano minacciava ogni volta di mettere in moto una serie di eventi inaspettata, ma fortunatamente lei non si svegliava mai.

Saliva in macchina, sistemava lo specchietto retrovisore, sistemava la cravatta, metteva in moto, correva lungo le curve, salutava i semafori.

Aveva il suo lavoro e la sua vita e i suoi viaggi, tre sostantivi intercambiabili.

Nel frattempo lei si svegliava.

Durante la giornata si ricuciva le ferite, ricamandoci sopra anche bellissimi scenari, che puntualmente disfava, e così continuava a scucire i punti e poi nuovamente ricucirli e poi ancora scucirli.

Alle nove di sera era una donna.

Allora lui la portava a cena fuori, per sfoggiarne la bellezza.

<< Facciamo un gioco >> disse lei. << Ogni volta che ci vedremo, ti darò una parte di me. Ovviamente certe parti sono ancora blindate, va da sé che saranno le ultime. Ci stai? >>

<< Non sarà difficile, ricomporre i pezzi, alla fine? >>

<< I tuoi, forse. Non i miei. >>

Poi un giorno pianse, alle due di notte, pianse come una bambina nell’ora in cui era sempre stata una puttana.

Allora lui seppe di aver sbagliato tutto.

Guardò le sue mappe, appese al muro dietro le spalle curve di lei. Tentò di focalizzare i pensieri sul prossimo viaggio che avrebbe organizzato. Ma i confini gli apparivano sfumati, evanescenti nella sua mente.

Per la prima volta si sentiva come straniero in terra di nessuno.

 

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