“Foglio bianco” di Margherita Curti – Workshop 2016/2017

Il vento, pungente, sferzava il piccolo viso tondo di Lea, che imperterrita ignorava gli avvertimenti della madre e continuava a sporgere la testa dalla ringhiera gelida. La madre la reggeva con forza per un braccio, tirandola a sé e ripetendole: “Non guardare giù!”, come se Lea avesse paura del vuoto, dell’altezza, o dell’oceano nero come la pece che ruggiva contro le pareti della nave. Ma Lea non aveva paura di tutto questo, e perciò continuava a guardare giù piena di curiosità. Suo padre probabilmente non si sarebbe preoccupato tanto, ma del resto Lea non ne era più tanto sicura. Non lo vedeva da più di un anno, ormai, ma la mamma diceva sempre a lei e a Michael che prima o poi lo avrebbero raggiunto “dall’altra parte”. Lea aveva dovuto salutare tutte le amiche a scuola dicendo loro che non sapeva quando sarebbe tornata, e ricordava perfettamente lo sguardo strano che le aveva rivolto la maestra quando se n’era andata, come se sapesse benissimo dove erano diretti lei, la madre e il fratello e capisse perfettamente la situazione. In realtà, sembrava anche che sapesse qualcosa che Lea ignorava, ma la bambina non si era fatta troppe domande. “Su, scostati dalla ringhiera. Andiamo a vedere dove diamine si è cacciato tuo fratello.”, disse improvvisamente la madre, parlando in yiddish e tirandola via con sé. Lea la seguì controvoglia lungo il ponte della nave, dove decine di uomini e donne se ne stavano appoggiati al bordo, a guardare l’oceano e l’orizzonte che, quasi spaventoso, si estendeva, vuoto, a ogni lato della nave. Scivolando di tanto in tanto sul legno bagnato, Lea urtava senza volerlo alcuni di loro, che le rivolgevano uno sguardo infastidito per poi tornare a ignorarla e a guardare lontano.

La madre di Lea mollò improvvisamente la presa sul suo braccio per correre dietro a una scialuppa, dove Michael si era nascosto per tirare sassolini al di là della ringhiera.  “Oyfhem! Oyfhem, shmo!” iniziò a gridare, incurante degli sguardi curiosi degli altri passeggeri, tirando il figlio per un braccio e portandolo in un angolo per sgridarlo come si deve. Sembrava quasi di stare a casa, a Varsavia, quando  dopo cena Michael veniva privato della sua porzione di lekach come punizione per aver marinato la scuola, ed era costretto a salire in camera sua senza fiatare, mentre Lea mangiava la sua fetta di torta al miele con uno strano senso di colpa.

Ad un tratto, Lea si accorse che una bambina con gli occhi chiari la stava guardando con insistenza da chissà quanto tempo. Era seduta su una panca di legno, lì sul ponte, e si reggeva ai bordi come terrorizzata all’idea di scendere e avvicinarsi al parapetto.

“Ciao! Vuoi venire a giocare con me?” le chiese Lea, parlando tedesco.  Qualcosa le diceva che la bambina avrebbe capito; forse, il fatto che le ricordava la sua amica Anastazia, con quei capelli biondi un po’ arruffati, e quell’aria guardinga e sospettosa. La bambina continuò a fissare Lea, come riflettendo se valesse la pena o meno risponderle. “No. Mia mamma non vuole che mi allontani dalla panchina. Dice che cadrò in acqua e lei andrà a New York senza di me.”, rispose lentamente, in tedesco. “Capisco.”, disse Lea senza nascondere la sua delusione. La bambina la squadrava in silenzio. “Che strani i tuoi capelli, chi te li ha pettinati cosi?”, le chiese improvvisamente. Lea si toccò le trecce castane. “Queste me le fa mia madre. Dice che una bambina come me deve portare le trecce.” “Come te? Che vuol dire come te?” Lea tacque un attimo, presa in contropiede. “Come me e basta!” replicò un po’ indispettita. Poi saltò a sedere sulla panchina, accanto alla bambina bionda. “Sei contenta di andare a New York?” le chiese, indicando con un cenno del capo l’orizzonte sconfinato. “No! La odio, la odio, la odio! Volevo restare a casa e andare a scuola lì con le mie amiche. Non conosco nessuno a New York.”. Lea sussultò, ricordandosi di colpo che neanche lei conosceva nessuno, e che non sapeva quando avrebbe rivisto Anastazia e le altre bambine. “E da dove vieni?” chiese Lea. “Dresda.”, rispose la bambina bionda con una punta di malinconia. “Io li odio, i miei genitori. Mi hanno portato via tutto. Adesso non ho più niente.”, aggiunse. Lea avvertiva sempre di più il peso delle sue parole. E lei? Che cosa aveva lei, ora? La madre aveva costretto lei e Michael a buttare via praticamente tutti i giocattoli che avevano, perché non potevano portarli via in valigia. L’aveva costretta a lasciare a Varsavia molti dei suoi abiti, che erano stati regalati a una cugina lontana perché a New York le bambine si vestono diversamente, e Lea avrebbe dato troppo nell’occhio. Probabilmente a New York non avrebbe trovato delle amiche con cui parlare in yiddish, né tantomeno in tedesco. Nessuna lingua, nessun vestito, nessun giocattolo. Nessun’amica. E allora cosa le restava?

Di colpo Lea avvertì un moto di rabbia verso sua madre per aver trasformato lei e Michael in due nullità, due pupazzi vuoti, due fogli bianchi, cancellando tutto.

Improvvisamente, l’oceano che circondava la nave e dal quale prima si sentiva cullata le sembrò minaccioso, profondo e sconosciuto. L’orizzonte, così libero e vuoto, come una linea tracciata con un righello, le apparve assurdo e desiderò intensamente vedervi apparire un qualsiasi oggetto, un’isola, la sagoma di un’altra nave, una catena montuosa, qualsiasi cosa che potesse spezzare quella riga. La bambina bionda, che non si curava di lei e continuava a reggersi al bordo della panchina, le sembrò un foglio bianco, un contenitore vuoto, e la nave le apparve improvvisamente carica di contenitori vuoti come lei, pronti ad essere trasportati dove qualcuno li avrebbe riempiti di nuovo. Lea sentì la testa girare, e le gambe estremamente pesanti. Saltò giù dalla panchina e iniziò a correre sul ponte, e quando trovò un punto libero sul parapetto dove potersi aggrappare si accovacciò, poggiando la fronte sulla ringhiera gelata. Rimase per qualche minuto a fissare il riflesso del suo occhio sul metallo lucido, sentendosi stranamente più calma. Si aggiustò sulle spalle le trecce castane, reggendosi fermamente alla ringhiera. Si allisciò la gonna grigia, mise una mano nella tasca del cappotto e tastò un piccolo bottone dimenticato, che si era staccato chissà quanto tempo prima da una delle sue camicette. Ispirò profondamente cercando di ricordare la camicetta, e in che occasione l’avesse indossata, e i complimenti che le avevano fatto le sue amiche a scuola. Le gambe non erano più tanto pesanti, e l’orizzonte non sembrava più così assurdo e vuoto. Le venne quasi da sorridere rendendosi conto che non era affatto una nullità, né tantomeno un foglio bianco.

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