“Giù il sipario” di Furio Duratorre – Workshop 2016/2017

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Sono stato nella sua testa, a contatto con i suoi pensieri, esposto incessantemente a ogni sua idea, teoria e considerazione: eppure, a stento posso dire di conoscere Fabrizio più di chiunque di voi. Se vi sembra assurdo, dovete solo ricordare che il buon Fabrizio Castelli non si è mai aperto molto con nessuno, eccetto rarissimi casi di confidenze con persone a lui molto care che ha scelto, curiosamente, di non rendere partecipi di questa confessione. Evidentemente non voleva allarmarli. Che pensiero gentile.

Un po’ paranoico, il nostro Fabrizio, eh. Così insicuro, così stretto nei suoi dubbi e nelle sue paure. Venti anni di pura ansia!, ma com’è possibile? Oh, andiamo, non fate così. So cosa state pensando, ma dovete ammettere ciò che sapete di lui e che non avete il coraggio di dire. Ma non vi sto biasimando: come potrei, del resto? Basta guardarlo! Fabrizio Castelli è di così poca presenza che a momenti si fa oscurare dalla sua stessa ombra. Una vita vissuta nel silenzio, c’è poco da fare. L’indifferenza è dura da sopportare per tutti, ma lui ci ha trovato una sicurezza – una garanzia, in un certo senso. Nell’indifferenza ci è cresciuto, ne conosce ogni forma e sfaccettatura. Sa bene cosa significa sentirsi lontani da tutto e tutti: ma la variazione di cui è più esperto è senz’altro quello smarrimento nel vedere due persone capirsi a vicenda senza parlarsi. Ma come fanno? A mancargli è proprio questa intesa con qualcuno, questa magia; questa intimità personale che culmina nel non detto – cosa che per lui ha dell’incredibile!  E da qui il sentirsi spaesato, il chiudersi in se stesso, la paura di anche solo disturbare qualcuno per rivolgergli una domanda: quel brancolare nel buio alla ricerca di risposte che la sua mente avrebbe doviziosamente trasformato in altre domande, in altri dubbi. Una pippa mentale con le gambe. Fabrizio Castelli è una fucina di punti interrogativi!

Mite; passivo, se volete, ma non per questo poco ambizioso. La vita ne ha, di senso dell’umorismo. Sognava la fama, Fabrizio – ma la fama… vera. Broadway, Hollywood, gli Oscar. Anderson, Ozpetek, Scorsese. Quella maledetta tartaruga, nella tristezza del suo guscio, voleva fare il culo a tutti quanti. Gli sarebbe bastato poco, almeno per cominciare. Pochissimo: buttarsi, come si suol dire, sciogliersi un po’. Ma poteva davvero permettersi di rischiare? Mai che avesse parlato del suo sogno con nessuno – mai che avesse avuto con nessuno una conversazione decente. Poteva convivere con la vergogna del fallimento? Poteva Fabrizio Castelli conquistare SE STESSO prima ancora del pubblico?

Povero diavolo. Non è solo il coraggio a mancargli, ma sono sicuro che avrebbe potuto finire diversamente. Eppure, per prendere quella decisione definitiva, ne ha avuto, di fegato. Da parte sua è stato un bello slancio, in tutti i sensi. E ora che finalmente il suo nome, Fabrizio Castelli, sarà stampato sui giornali, lui non ne saprà mai nulla. Non è incredibile? Ah, e se pensate di aiutarlo, non vi disturbate: state già leggendo, dopotutto, le parole di un uomo morto.

Cordialmente,

F. C.

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