“C’è di più” di Ilenia Matteucci – workshop 2016/2017

Identità.
Un paio di occhi. Color cioccolato, intensi. Vedo soltanto quelli e un microscopico lembo di pelle, il resto è coperto. Il resto è coperto da un velo nero, non vedo il volto della donna che ho davanti. Non so se le sue labbra siano sottili o carnose, non so se in realtà lei preferisca indossare il blu. So soltanto che è una donna, perché questa è l’unica definizione che quel velo lascia trasparire. Ai miei occhi questa persona si esaurisce in due parole: donna musulmana. Questo è ciò che appare.
Mi saluta, le rispondo e le sorrido. Forse lo fa anche lei di rimando. Inizia a raccontarmi la sua storia, in un italiano abbastanza buono.
La ascolto, sono pagata per questo, ma intanto penso. Penso che lei non è soltanto una donna di religione islamica, non si esaurisce lì, non può finire lì. Avrà delle passioni, dei libri che le piacciono, un gruppo musicale preferito. Non è soltanto il suo genere e la sua religione.
Continua a parlare, a raccontarmi ciò che le è accaduto. Continuo ad ascoltarla e più la ascolto più mi convinco che non sia soltanto ciò che appare. Lei non è soltanto ciò che appare, non può esserlo, perché se al suo posto ora ci fosse un’altra donna dello stesso peso e della stessa altezza sembrerebbero identiche pur essendo le persone più diverse del mondo. Non importa ciò che sembra, l’apparenza è un’ipocrita bugiarda, e soprattutto non dà spiegazioni esaustive. L’apparenza rende pressoché identiche persone che non lo sono, perché la realtà è che ci hanno mentito sin da bambini, quando a scuola ci costringevano a mettere il grembiule affinché non ci fossero differenze, sì, ci hanno mentito perché non siamo tutti uguali. Siamo tutti delle persone e ciò è fondamentale, ma l’uguaglianza finisce qui. Ognuno ha una propria identità, che è data da una serie infinita di fattori e che perciò ha miliardi di sfumature; non potrà mai esaurirsi in una semplice descrizione di ciò che è deducibile dall’apparenza, né tantomeno in un mestiere, o in una religione.
La suoneria di un telefono interrompe il parlare della donna e le mie riflessioni.
“Scusi avvocato, devo rispondere”, mi dice.
“Non si preoccupi, faccia pure.”
Inizia a parlare in una lingua che non conosco. Non riesco a comprendere nulla della sua conversazione, ma il suo tono è prima irritato per essere stata interrotta quando era a un appuntamento, poi preoccupato e infine amorevole. Una persona che varia il suo stato d’animo così frequentemente in un lasso di tempo tanto breve non può essere definita semplicemente “donna musulmana” come suggerisce il velo che indossa e come chiunque dall’esterno farebbe. È più semplice definire qualcuno in due parole: viviamo in una società nella quale c’è un’immagine, uno stereotipo per tutto, quindi nelle menti di ciascuno esiste una precisa corrispondenza di quello che significano le definizioni grossolane che i semi-sconosciuti ci affibbiano. Dopo qualche minuto attacca.
“Scusi, era mia figlia, ha avuto un problema.”
“Si figuri, immagino.”
Riprende a raccontarmi il motivo per cui si trova nel mio studio, e mentre rifletto prendo nota dei dettagli più salienti del suo caso. Dai fatti che mi sta narrando si evince che il suo comportamento è stato quello di una donna forte, coraggiosa e ribelle, niente che sia collegabile all’immagine che l’etichetta “donna musulmana” generalmente evoca nell’immaginario collettivo. Il suo comportamento, il suo carattere, la sua identità, sono il risultato di ciò che ama, dei luoghi che ha visitato, delle delusioni che ha sopportato, dei torti che ha subito e delle vittorie collezionate, degli esami che ha sostenuto e dell’esito che questi hanno avuto su di lei. È il risultato dei gesti che compie, tutti, dei libri che ha letto, degli abbracci che ha dato. Non bastano due parole per definire la sua identità, così come non bastano per definire quella di chiunque altro. L’identità è molto più di un’etichetta che il mondo ci ha cucito addosso, è un insieme di innumerevoli fattori, e ognuno ha la propria, nessun essere umano è uguale a un altro, né lo sarà mai. La parola “identità” ha sia il significato di “rapporto di esatta uguaglianza e coincidenza” che quello di “complesso di dati caratteristici e fondamentali che garantiscono l’autenticità” e con le etichette, così utilizzate per comprendersi più facilmente, si dà valore solo al primo, quando invece è il secondo a contare davvero.
Finisce di raccontare.
“Spero che lei possa aiutarmi” mi dice.
“Sicuramente! Mi porti il resto della documentazione in settimana, così ho modo di studiarla.”
“Certo. Beh, allora grazie e arrivederci.”
Ci stringiamo la mano. Guardo il display del mio iPhone, c’è un messaggio del mio prossimo cliente che mi avvisa che a causa di complicazioni non potrà venire. Colgo l’occasione per confermare la mia tesi.
“Signora, aspetti, le posso offrire una tazza di tè, prima che vada?”
“Ehm, certo, volentieri, grazie” mi risponde inaspettatamente.
“Fantastico” replico.
Mi guarda, esitante.
“Solo, le dispiace se mi tolgo il velo?”
“Io non l’ho mai indossato in vita mia, si figuri se mi dispiace che non lo indossi lei!”
Lo toglie e sorride. Sorrido di rimando. Ora vedo che ha pochi anni più di me, e che il suo volto dice molto più di quanto non mi aspettassi, e sicuramente non dice tutto.
C’è di più, c’è sempre di più.

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