“Cara Valentina” – incipit di un racconto di Valentina Faloni

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Cara Valentina,

è tempo che non ci vediamo, quanta vita tra noi due, quanta vita è stata, quanta vita c’è n’è,  quanta ce ne sarà. Tutto è cambiato e faccio fatica a riconoscermi e a ritrovarmi. Tu come stai? Ogni volta che ci rincontriamo dopo lunghi periodi di vite trascorse lontane, io mi ritrovo con gli occhi di bimba e cerco di capire se c’è ancora quella che ero, se abbiamo rispettato i nostri sogni, se il mondo ci accolto così come volevamo essere o ci ha cambiato inevitabilmente senza chiedere il permesso.

La mia paura più grande, ogni giorno è quella di non tener fede a quella bambina, allo sguardo maturo e consapevole che c’era nonostante l’età, alla grinta, la tenacia, e la fantasia, unica altra interlocutrice dei nostri progetti.

Quella paura si scontra con il presente, che corre, corre, corre. Corre e la paura è quella di non capire dove va e di perdere il momento. Sembra che ci debba essere un momento giusto, inevitabilmente per tutti. E ci hanno convinto che deve essere il prima possibile, altrimenti tutto è perduto. Finalmente ho capito, ancora una volta, e me ne convinco che quel momento lo decidiamo noi.

Ho bisogno di ripercorre quei passi, perché è lì che voglio tornare, è l’unico modo per essere sincera sui miei propositi e rispettare una personalità che c’è, c’era e ci è stata donata dal giorno in cui abbiamo scelto di presentarci al mondo. Io ero già abbastanza infastidita, la placenta era infartata, dice mia mamma, piena di buchi, volevo uscire di lì e presentarmi al mondo ostinatamente. Le mie foto mostravano un ragnetto con i capelli lisci, folti e neri come il carbone, degli occhi grandi, aperti e profondi, e un’espressione incazzata.  Tu forse eri placida, pelata e con gli occhi chiusi, pronti a brillare d’azzurro una volta pronti per il mondo, chiari come la tua pelle che è rimasta così candida da fare invidia a Biancaneve. Questo non lo so, come eri appena nata, mandami una foto se ne hai. La televisione mi disturba, la spengo. Questo computer continua ad impallarsi ma io continuo a scrivere e mi dico che è arrivato il momento di comprarne uno nuovo. Quanto mi piaceva scrivere con la penna, mi piace ancora, trovo che abbia qualcosa di magico, le parole prendono forma dai pensieri e sul foglio prendono forma con il loro carattere, grafico e rappresentativo di una personalità, non a caso, forse, si utilizza la stessa parola: carattere. Due significati diversi, due concetti diversi, con uno stesso significante, un po’ come noi, amiche inseparabili ma ormai separate da una vita, con uno stesso nome: Valentina.

Ti scrivo perché voglio raccontarti una storia, e so che mi pensi, e che spesso ti fermi anche tu per capire chi sei, dove stai andando, chi vorresti essere, e dove ti porteranno le tue scelte. Senza indugi, so che ti chiedi se c’è ancora quella bambina tenace e timida che rivendicava indipendenza da tutto e tutti, che leggeva e scriveva, e guardando Love Story desiderava un amore come quello ma con un lieto fine.

Valentina, forse è per che ti chiami come me, e perché le nostre vite si sono tenute per mano quando ancora il mondo serviva a cullare i nostri giochi e la verità del nostro essere era lì, fiera, senza temere il domani. Sei lo specchio della coscienza del passato e quella del presente. Di fronte a te io mi arrendo alla realtà e devo fare i conti con quello che è oggi. Le risposte alle mie domande sono lì, nelle parole dei nostri ricordi e in quelle del nostro presente. Allora ti racconto di quello che è stato dopo di noi e tu dimmi se mi riconosci ancora e se c’è qualcosa che ho dimenticato e che dovrei tenere a mente.

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